Lastre della memoria, i primi sedici nomi

Silenziose e sapienti, le mani dello scultore Gunter Demnig hanno posato la prima Pietra d’inciampo di Trieste davanti all’ingresso del Tempio israelitico alle 15 di un assolato pomeriggio d’inverno, quello di ieri, in cui anche la Bora ha dato tregua alla memoria. La pietra o “stolperstein” ha l’aspetto di una mattonella dorata con incisa la scritta: «Qui lavorava Carlo Nathan Morpurgo», seguita dalle date della sua vita.

Nato a Trieste nel 1890 e assassinato ad Auschwitz nel 1944, ieri è stato ricordato dall’assessore alla Cultura della Comunità ebraica Mauro Tabor, davanti a una folla quieta e commossa. Ha detto Tabor: «Morpurgo pagò con la vita l’aver aiutato i meno fortunati. Che il suo esempio sia luminoso oggi che i politici italiani rispolverano la parola “razza”». Poco prima erano intervenuti il presidente della Comunità ebraica Alessandro Salonicchio, la presidente della Regione Debora Serracchiani, il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, il rabbino Alexandre Meloni e la preside del liceo Petrarca Cesira Militello. Presenti anche i rappresentanti delle comunità religiose: l’imam Nader Akkad, il pope Rasko Radovic, l’archimandrita Gregorio Miliaris e Claudio Caramia per la diocesi. Il coro della scuola primaria Morpurgo ha intonato il canto salmico “Gam Gam”: «Anche se andassi nella valle oscura non temerei alcun male, perché tu sei sempre con me». Verso le 15.30 la cerimonia ha attraversato la strada per commemorare Eugenio Giacobbe Berger, sua moglie Adele nata Rumpler e il nipotino di sette anni Alberto Montanari: vivevano in piazza Giotti 1, di fronte la Sinagoga, prima di essere arrestati dalla polizia fascista. Dispersero le proprie tracce ad Auschwitz. Il loro bisnipote Nathan Israel, assessore alla scuola della Comunità ebraica triestina, ha detto: «Oggi si chiude un cerchio non solo per la nostra famiglia ma anche per le generazioni future».

Poco dopo le 16 la fiumana si è trasferita al civico 4 di Piazza della Borsa, dove un tempo abitavano i Marcheria: Ernesto, sua moglie Anna e i figli Raffaele, Giacomo, Ida e Stella. Solo questi ultimi tre fecero ritorno dai campi della morte dove la famiglia era stata smembrata nel ’43. La loro storia è stata ieri ricostruita da alcune studentesse del liceo Petrarca, grazie a un progetto in collaborazione con il museo Carlo e Vera Wagner e con il Dipartimento di Studi Umanistici. Era presente il figlio di Ida che, con gli occhi arrossati dalle lacrime e l’accento di Roma – città dove i Marcheria superstiti si sono trasferiti nel dopoguerra – ha detto: «Mia madre, che ha avuto una solida educazione tedesca, mi ha insegnato a ringraziare. Oggi che lei e gli altri non ci sono più vivono nel nostro ricordo. Così come in quello dei loro concittadini, scopro: un avvenimento che ha il sapore del miracolo. Grazie a tutti voi». L’artista Demnig intanto armeggiava con martello e calce fresca. Dopo ogni posa, ripuliva dai residui di materiale edile i nomi impressi sulla superficie delle pietre con l’ausilio di una spugna.

L’ultima tappa è stata davanti al civico 3 di Piazza Cavana. Qui è stata fatta accomodare su una sedia Diamantina Vivante Salonichio, classe 1928, stretta nel suo cappotto durante il frizzante crepuscolo di gennaio. Cavana fu per lei la seconda dimora – la prima era stata abbattuta durante la riurbanizzazione voluta dal fascismo – tuttavia neanche lì si potè fermare. Diamantina è l’unica sopravvissuta alla Shoah della famiglia: nel vento di Bergen-Belsen sono rimasti i fratelli Giulia, Enrichetta, Ester e Moise assieme alla mamma Sarina.

LILLI GORIUP
Articolo apparso sul Piccolo del 24/01/2018.

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